Questo articolo viene
presentato come un breve testo di narrativa, che racconta di come Semreh Sennèr,
un giovane nato di buona famiglia negli anni trenta, vede la vita attraverso
piccole esperienze che lo inducono a riflettere su alcuni aspetti filosofici. Semreh è dotato di una buona perspicacia e di
un animo profondo, il che lo rende sensibile e attento verso la natura e
curioso di comprenderne i fenomeni e i meccanismi.
La vita
esterna
All’età di otto anni, Semreh
spinto dalla sua curiosità, si apprestò a smontare una radio che fu regalata a
suo padre qualche anno prima. Poiché non conosceva bene come funzionasse,
voleva capire da dove provenisse la musica emessa dal grande altoparlante.
Suo padre, il dott. Ernest
Sennèr, medico di paese, uomo di grande umanità e saggezza, scorse Semreh
mentre tentava di smontare il prezioso oggetto e gli chiese il motivo di quel tanto
da farsi in quell’intento. Semreh fiero di se e convinto di ciò che stava
facendo, gli spiegò che voleva conoscere il luogo di provenienza della musica e
che sbirciando all’interno della radio lo avrebbe certamente trovato.
Il padre da uomo saggio si
trattenne nello sgridare Semreh. Anche se teneva molto alla radio, comprese che
non si trattava di un capriccio e sapeva bene che soddisfare la curiosità del
figlio, spinta da uno spirito di ricerca della verità, era sicuramente più
importante. Con un gran sorriso, lo prese per mano ed insieme andarono alla
finestra. Stendendo le braccia verso la finestra, invitò il piccolo a guardare
fuori e gli spiegò che la musica proveniva da un luogo molto lontano, più
lontano di quanto i suoi occhi potevano arrivare guardando da quella finestra. Da
quel luogo, la musica veniva proiettata in tutte le direzioni e a grandi
distanze, solo che per poterlo fare occorreva trasformarla in qualcosa che
viaggiasse a lungo nell’aria senza problemi. Quindi quella musica, anche se non
potevano ne vederla, ne toccarla, ne sentirla, si trovava costantemente intorno
a loro, e potevano ascoltarla solo attraverso l’ausilio di un apparecchio in
grado di intercettare e riconvertire quella luce invisibile.
Semreh rimase molto colpito
dalla spiegazione ed ascoltava con grande interesse le parole del padre. Quel
giorno imparò una grande lezione, si rese conto che al contrario di quanto
aveva sempre creduto, non tutto ciò che esiste poteva essere percepito con i
cinque sensi. Impresse la lezione nella sua memoria e mai immaginò che i
concetti acquisiti un giorno potessero aprirgli una strada verso una visione sul
senso della vita unica e straordinaria.
Infatti, giunto alle scuole
superiori, durante una lezione di scienze sulle cellule, Semreh fu colto da una
particolare intuizione.
La cellula è l’unita fondamentale della vita, cioè la più
piccola parte di un organismo vivente in grado di compiere un intero ciclo
vitale, infatti, una cellula nasce, cresce, si riproduce e muore. Oltre ad
organismi semplici come i batteri che sono monocellulari, cioè costituiti da
una sola cellula, altri organismi più grandi e complessi come piante e animali sono
pluricellulari, cioè costituiti da più cellule. Alcuni sono costituiti da un
numero elevatissimo di cellule e l’uomo ne conta circa 100 mila miliardi.
L’intuizione di Semreh riguardava in particolare il luogo
dove potesse risiedere la vita, e comprendendo il funzionamento delle cellule
pensò che la vita non si trovasse al suo interno, bensì all’esterno, paragonando
la cellula nei riguardi della vita alla radio nei riguardi della musica.
Semreh pensò che la vita
provenisse da una sorta di stazione radio attraverso la quale veniva proiettata
in tutto l’universo, e che la cellula come una radio fosse in grado di captare
questa luce di vita dall’esterno per esprimerla attraverso un ciclo biologico.
E in particolare questa intuizione è scaturita dalla comprensione del ruolo
delle proteine nelle cellule.
Le proteine sono i principali
costituenti di una cellula e sono praticamente il vero motore della vita. Hanno
una struttura
tridimensionale alla quale è associata una funzione e ad ogni specifica struttura
è associata una specifica funzione. Una qualsiasi variazione della struttura
comporta anche una variazione della sua funzione. (La stretta correlazione tra
struttura e funzione di una proteina è considerato ancora oggi uno dei dogmi
fondamentali della biologia).
Ogni proteina è un polimero, cioè costituite da migliaia
di unità più piccole dette monomeri, e in questo caso ogni monomero è
rappresentato da uno dei 20 diversi amminoacidi presenti in natura. Per
costruire le proteine, da veri mattoncini, gli amminoacidi si legano fra loro
attraverso un legame detto “legame peptidico”.
Mano a mano che gli amminoacidi si congiungono, la
proteina comincia a prendere forma e quando ha raggiunto la maturità, inizia ad
interagire immediatamente con l’ambiente. Inizia a prendere vita!
Ad eccezione della Cisteina e della Metionina che
contengono anche un atomo di zolfo, tutti gli amminoacidi sono costituiti esclusivamente
da quattro elementi: carbonio, ossigeno, azoto e idrogeno, quasi come se questi
elementi fossero gli unici costituenti del corpo fisico che ospita la vita. Semreh
trovò curioso come alcuni filosofi del passato, a partire da Anassimene di
Mileto, nel VI secolo a.C. considerassero “quattro” gli elementi base della materia, le cosiddette
radici di tutte le cose, e queste sono l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Infine,
solo quando queste radici sono legate insieme si potevano sommare alla
quintessenza, cioè la forza vitale.
La
giustizia incomprensibile
Semreh frequentava un oratorio
giovanile, e spesso i membri per trascorrere le serate si riunivano per
raccontarsi vicende della loro vita o di loro conoscenti, da cui potevano
nascere importanti riflessioni, e un giorno, ad una di queste riunioni il tema
dei racconti scivolò sulla fede in Dio.
Ciò che suscitò in Semreh una
profonda riflessione fu la vicenda del suo caro amico Leumas, che raccontava di
come dopo la morte di sua madre, avvenuta per malattia quando lui era ancora
piccolo, non credeva più in Dio. Secondo lui, un Dio onnipotente e
misericordioso non poteva permettere che ciò accadesse, che ad un bambino potesse
essere sottratta la madre quando ancora era tanto l’amore che poteva donargli.
Ad un tratto nei suoi ricordi
affiora un piccolo episodio di quando era bambino e se ne servì per dare una
risposta a Leumas.
Durante una festa di paese, in
giro con tutta la famiglia per le strade ad ammirare i festeggiamenti, avvicinandosi
alla fontana per dissetarsi, scorse qualcosa nell’acqua. Era una piccola ape
che stava annegando, le ali erano bagnate a tal punto da non permetterle di
riprendere il volo. Impavido, immerse una mano in acqua e con due dita raccolse
l’ape per liberarla dalla fine certa che l’aspettava. Sentendosi attaccata,
poiché la pressione delle dita le ha causato una forte sofferenza, l’ape
estrasse il suo pungiglione e con determinazione lo utilizzò ai danni del suo piccolo
salvatore. “Ingrata!” fu il suo primo
pensiero, “Dopo averla salvata questa è
la ricompensa!”, e così raccontò l’accaduto al padre. Per rincuorarlo, il
padre gli disse che il suo è stato un bel gesto, e che la piccola ape non ne
aveva colpa poiché non era in grado di comprenderlo. Purtroppo il sistema
nervoso centrale del piccolo insetto non era capace di ragionare e quindi di
trarre delle conclusioni, poteva solo seguire ciò che il suo istinto le
dettava.
Con questo piccolo aneddoto,
Semreh voleva spiegare che come l’ape non poteva capire il gesto di salvataggio
comprendendo solo la sofferenza causata dalle sue dita, forse anche gli uomini
potevano non comprendere il perché di avvenimenti molto tristi come ad esempio la
morte della madre di Leumas. Probabilmente dietro questi avvenimenti si
nasconde un disegno più grande di noi e che gli uomini vi appartengono
inconsapevolmente.
Capire il perché poteva essere
solo il prodigio di un Dio e quindi gli uomini, non essendo Dei, potevano solo
formulare delle congetture che meglio possono soddisfare la propria esigenza di
benessere.
La
memoria del mondo
Semreh ed alcuni amici parlavano
della paura di morire. Si discuteva del fatto che tale paura scaturiva solo da un
istinto di sopravvivenza mentre difficilmente poteva nascere anche da pensieri
generati da riflessioni ed esperienze. Così, per approfondire la questione,
decisero di chiedere in giro ai vari abitanti del paese se questi avessero
paura di morire e perché.
Oltre alla più temuta questione
di non sapere cosa sarebbe capitato loro dopo la morte, da questo sondaggio
emerse un altro dato molto importante, cioè che molti avevano paura di essere
dimenticati.
In effetti, dopo la morte,
generalmente le persone vengono cancellate dalla memoria dell’uomo quando
successivamente a lui muoiono tutte le persone che lo conoscevano, a meno che
non abbia lasciato qualche traccia di se per qualcosa di memorabile. Infatti,
alcuni personaggi come Socrate e Platone vissuti più di duemila anni fa,
saranno ricordati ancora per molti secoli.
“L’uomo dimentica ma il mondo no!” esclamò Semreh non proprio convinto
che qualcuno venisse dimenticato. Ogni gesta, ogni parola, ogni evento, ogni
scelta di qualsiasi persona si riversa nel mondo con un effetto domino, producendo
nel tempo importanti conseguenze.
Il mondo si presenta così com’è
grazie al contributo di qualsiasi persona esistita sulla Terra, persino chi non
è mai nato. Infatti, Semreh spiegava agli amici che lui è nato proprio perché
la madre, pochi mesi prima di concepire lui, ha purtroppo avuto un’interruzione
prematura della gravidanza. Perciò, lui è nato anche grazie al sacrificio di un
bambino mai nato.
“Quindi il mondo ricorda tutto e tutti, non dimentica mai nessuno.”
Con questa frase Semreh conclude fiero la sua tesi sulla memoria del mondo.
La
missione
Come accade a molte persone,
anche per Semreh arriva il momento in cui si inizia a riflettere sul senso
della vita. Capire il senso della vita non è cosa semplice, anzi, potrebbe
essere per certi versi impossibile, e giunse alla conclusione che non poteva
esistere una verità assoluta da scoprire. Il significato della vita è chiuso in
ognuno di noi e appartiene al proprio essere, e come se fosse una piantina va
curato e annaffiato con momenti di riflessione che scaturiscono da esperienze
importanti. E ciò che Semreh aveva maturato è che ognuno di noi, ogni animale,
ogni pianta, qualunque essere vivente ha una missione.
Molto spesso all’ingresso di
una chiesa si legge una frase di Gesù che viene considerata da molti studiosi,
religiosi e non, uno dei segreti della vita: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto”. Al di la della questione religiosa, questa
frase ci fa comprendere come la morte è causa fondamentale per la vita, poiché
solo attraverso la morte e la rinascita è possibile l’evoluzione.
A rafforzare questo concetto in
Semreh, oltre alla sua sensibilità, è un particolare aneddoto legato alla vita
di uno sfortunato pomodoro.
Il mese di agosto, come molti
sanno, è il periodo delle bottiglie di pomodoro. In casa Sennèr, come ogni anno
tutta la famiglia si riunisce per preparare le bottiglie di sugo da consumare durante
l’inverno e spesso a dare una mano si prestavano anche amici e parenti. Il
piccolo Ediriso di soli 3 anni, annoiato dal fatto che nessuno giocasse con lui
e non propenso ad aiutare data la sua giovane età, cercava come sempre il modo
di fare qualche dispetto. Prese un pomodoro da una cassetta, lo posò per terra
e per divertirsi lo schiacciò saltandoci sopra.
Osservando la scena Semreh
rimase turbato, non accettava con serenità il destino di quel pomodoro. Anche
il pomodoro ha la sua missione. La sua vita viene donata in sacrificio agli
animali e mediante la dispersione zoofila dei semi, è “garantito” un futuro
alla sua specie. Un pomodoro ha solo due possibilità dignitose per porre fine
alla sua vita, cioè che non procurano una regressione evolutiva. La prima è
quella di non essere raccolto, quindi cadrà e per opera di microorganismi sarà
scomposto in nutrienti che in parte ritornano alla pianta che lo ha generato,
dando vita così ad altri pomodori forse più fortunati di lui. Eh già! Più
fortunati poiché se raccolti hanno la possibilità di dare vita a nuove
piantagioni che impercettibilmente fanno un passo avanti nell’evoluzione. Inoltre,
la polpa del pomodoro mangiata da un’animale diverrà parte dell’animale stesso
trasformandosi così in un organismo più evoluto. Aiutando gli animali a
preservare la vita potrebbe garantirgli a sua volta un destino probabilmente
migliore, e così avrà compiuto in pieno la sua missione.
Quindi, il pomodoro anche se
non è dotato di facoltà intellettive e motorie è pur sempre un essere vivente,
e come tale ha una missione, cioè quella di portare la sua vita ad uno stadio
superiore. Solo grazie a questo prezioso contributo, questo dolce sacrificio*1
è possibile evolversi e raggiungere uno stadio che ancora non conosciamo. Il
destino imposto da Ediriso al pomodoro è stato un passo indietro nella scalata
evolutiva, infatti, la vita contenuta nel pomodoro è stata trasferita a organismi
microscopici meno evoluti*2, già in grado di provvedere a se stessi.
È curioso anche come quest’ultimo concetto di Semreh richiama una frase di Gesù
nel Vangelo apocrifo di Tommaso: “Beato
il leone che l'uomo mangia, cosicché il leone diventi uomo, e sventurato l'uomo
che il leone mangia, cosicché l'uomo diventi leone.”
Tutti gli organismi sono
importanti in questa scalata evolutiva, nessuno escluso, così come tutti i
membri di un esercito sono importanti in una battaglia, e la perdita anche di
un solo semplice soldato costituisce una possibilità in meno di conquistare la
meta.
Note:
*1: Sacrificio nel senso che la
pianta di pomodoro non concepisce l’esistenza degli animali, eppure sacrifica
grandi quantità di energia per produrre frutti come segno di ringraziamento per
la funzione di dispersione dei semi.
*2: Per organismi microscopici meno
evoluti, si intendono quegli organismi viventi che occupano un posto più basso
nella scala evolutiva, come i batteri e le muffe, i quali essendo praticamente
ubiquitari, cioè presenti in ogni luogo, approfittano di qualsiasi fonte di
acqua e sostanze nutritive per formare colonie. Il pomodoro schiacciato, non
avendo più la protezione della buccia esterna, rappresenta un ambiente ideale per
questi microrganismi, i quali lo decompongono fino al totale esaurimento delle
risorse.









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